Trovare le parole giuste per dire ciò che le donne vogliono

gruppo interrazziale di donne modello 23 2147982753

 

di Corinne Zaugg, Giornale del Popolo, 8 marzo 2018

Trovare le parole giuste per parlare di ciò che le donne vorrebbero per loro, nella Chiesa di oggi, non è facile. Un po’ perché non siamo abituate a chiedere e chiedere è sempre un po’ umiliante. Un po’ perché, essendo parte del problema, non sempre riusciamo a portare avanti il nostro pensiero con coerenza. Sempre da capo schemi vecchi, abitudini inveterate o semplicemente la tradizione, ci fagocitano di nuovo e ci mettono lì dove siamo sempre state. Al centro della chiesa quando c’è da fare, ai suoi margini quando c’è da decidere. Durante le funzioni, quando c’è da organizzare un pomeriggio ricreativo, animare l’oratorio, preparare la merenda, allestire il banco del dolce, pulire la chiesa, preparare i bambini per i sacramenti, le nostre chiese ci rimandano un sorridente e disponibile volto di donna. Se questa è un’evidenza sotto gli occhi di tutti, non deve però trarci in inganno e farci dire che la Chiesa è donna. Perché basta salire lì dove la “C” di Chiesa si fa maiuscola, per veder scomparire questi volti, sostituiti da altrettanti volti maschili. Forse stupirà, forse no: ma non è questa la cosa che oggi, a noi donne, fa più male. Forse perché sappiamo che molte cose stanno cambiando in questo senso e papa Francesco, sin dalla sua elezione, molto si è adoperato e si sta operando perché anche le donne, possano avere delle responsabilità ecclesiastiche. Quello che ci rende insofferenti è il fatto che molto si parli di noi, della “donna”, ma quasi mai questo parlare è un dialogo con noi, con le donne in carne ed ossa. E come sempre accade quando si parla di qualcosa di altro da sé, lo si fa dal proprio punto di vista. Lo fanno gli uomini. Lo fanno le donne. Solo che il parlare degli uomini si è costruito nei secoli come oggettivo, e rappresentante del tutto, mentre quello delle donne è un esprimersi viziato dalla parzialità e dal fatto di essere solo una parte del tutto. L’uomo è il “riferimento. La donna la differenza. Volete un esempio? Quando si organizza una tavola rotonda. A nessuno verrebbe in mente di invitare a parteciparvi 5 donne (seppur di 5 partiti diversi), a meno che non si parli di una quesitone ritenuta esclusivamente femminile. Quante volte invece, si assiste a dibattiti dove sono presenti solo uomini, o una sola donna (tanto per salvare le apparenze)? Eppure questo non turba nessuno. E con questo atteggiamento le donne devono fare i conti sempre. Tutto quello che dicono ha sempre una connotazione parziale ed è sempre frutto del loro essere donna. Storicamente questo ha lasciato delle tracce pesantissime. Sia nel mondo che nella Chiesa. Ma se nella società le cose stanno cambiando, nella Chiesa questo non è ancora accaduto. Perché non ha potuto avvenire dal suo interno. Se di donne si è parlato lo si è fatto dal punto di vista della diversità. Una diversità immaginata più che vissuta e incentrata sulla funzione della donna, più che sul suo essere. Donna quindi nel migliore dei casi celebrata come madre, moglie, vergine, santa.

Tutte cose belle, che moltissime donne sono, amano, hanno scelto, si sforzano di essere. Ma che non esaurisce il loro essere e non le definisce nella loro totalità. Perché, la paternità non va celebrata allo stesso modo? E’ forse meno importante? Non sottraiamo forse qualcosa di importante agli uomini, arrogandoci l’esclusività di questi percorsi? E la loro bellezza non sta forse nella condivisioni di questi cammini? E ancora quando finalmente alle donne si sono aperte le porte delle facoltà di teologia, con la possibilità di avvicinarsi ai testi sacri ( e parliamo di cinquant’anni fa), il loro studio, il loro approccio, le loro esegesi non sono state accolte come un naturale complemento di quanto sulle Scritture si era scritto e detto nei secoli, ma come una voce altra. Condizionata, viziata dal suo essere donna e parziale. E ancora una volta, le donne sono state rinchiuse nella loro differenza e giudicate per la loro presunta incompletezza.

Ci rendiamo conto che si tratta di questioni difficili, complesse e che spesso portano a malumori e fanno alzare occhi gli occhi al cielo, in segno di paziente rassegnazione o noia infinita. Ma oggi, è la nostra giornata. Lasciatecele dire. Lasciate che i nostri cuori per una volta, si svuotino dei sassi che li appesantiscono da secoli. Non per lanciarli a nostra volta. Ma per metterli in comune. Per dirvi, che no, non abbiamo raggiunto tutto. Che no, la parità non si misura solo dal medesimo peso della busta paga (anche se sarebbe davvero ora di farla finita con queste discriminazioni). Che no, l’otto marzo non è una ricorrenza obsoleta. Che essere donna alle volte è la cosa più bella e leggiadra del mondo, ma che a volte fa paura. Una paura da morire. E che sì, ce la possiamo fare. Uomini e donne insieme. Cercando di curare questa ferita che ci portiamo dentro da quel giardino incantato che, per disobbedienza e curiosità, abbiamo dovuto insieme, abbandonare.

 

 

 

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