Irma Meda

Io ti porto a casa

Irma Meda, una donna di frontiera

Scoprire una pienezza di vita chinandosi sul dolore delle donne

La frontiera verso l’Italia, per chi abita nel Mendrisiotto, è vita quotidiana: la si vede, la si sente (nel traffico dei frontalieri), la si attraversa per trovare oltre il confine subito quella differenza sottile che marca. Come a Ponte Chiasso, dove si va per piccole spese, per acquistare i giornali la domenica mattina o dove si passa solo in transito per andare a Como. Ma la frontiera non é solo un luogo ameno o la protagonista di esilaranti scenette: sempre qui si vedono i disperati che arrivano o che sono respinti: frutto di una Storia che non cambia mai.

Irma Meda si rende protagonista di questa Storia. Negli anni 50 molte giovani donne giungono da diverse parti d’Italia per sfuggire a povertà e a situazioni difficili, per lavorare in Svizzera dove le ditte trasferiscono la produzione dalla Svizzera tedesca al Canton Ticino, con manodopera a più buon mercato. Non ottenendo una possibilità di soggiorno su suolo elvetico, le giovani lavoratrici tornano nelle zone limitrofe italiane per dormire, anche in alloggi precari o di fortuna. Una mattina a Ponte Chiasso, in un sottoscala viene trovata una ragazza, morta, forse di freddo, a sedici anni, quasi ancora una bambina. Irma non ha dubbi: bisogna offrire un rifugio a queste frontaliere abbandonate a sé stesse. Adocchia una fabbrichetta di biscotti appena dismessa e, insieme all’amica Anna e ad altre amiche, la trasforma in una casa per oltre dieci ospiti e la battezza “la Casa della Giovane”. Irma ha una fede forte, capace di vedere, di fermarsi e lasciarsi toccare da chi vive attorno a lei: sa prevedere, escogitare soluzioni, alimentare quell’amore che si china su ogni necessità. Anche la necessità di rendere più consapevoli le donne ferite che accoglie, della loro dignità e dei loro diritti, rendendole partecipi della vita sociale. Le sue relazioni sono molte poiché a Ponte Chiasso è titolare di un negozio di abbigliamento per adulti e bambini. Avvia un laboratorio di cucito ma mette anche a disposizione i locali della casa per conferenze e dibattiti. Con la sua capacità di leggere i bisogni del tempo dota la casa di una mensa sociale dove i lavoratori trovano un pasto caldo. La parrocchia è contigua e i sacerdoti vanno e vengono come a casa loro. Il bene si diffonde e si allarga nella simbiosi tra la casa e la chiesa. Nel novembre del 1978 Irma è investita da un’auto e riporta una brutta frattura ad una gamba. La sua condizione non sembra grave, ma probabilmente per un’embolia essa muore il giorno dopo. Oggi la casa “Irma Meda” compie sessant’anni, numerose sono le testimonianze commosse delle donne accolte e anche se tante cose sono cambiate, lì ancora si realizza quello spirito nell’accogliere o nell’abbracciare chi si presenti alla porta. O, addirittura, nel portarsi a casa qualcuno incontrato per caso e in difficoltà. Come successe ad Anna, una ragazza con problemi psichiatrici, conosciuta in un istituto di cura, di cui Irma disse:” Mi la porti a cà”.

 

Bibliografia:

Laura D’Incalci, Io ti porto a casa, Irma Meda: una donna per le donne, prefazione di Marina Corradi-docufilm di Danae Mauro, ed.Itaca, Castel Bolognese 2017

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