Bakhita

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Bakhita una santa del 2000

La storia di Giuseppina Bakhita, nata nel Darfur (Sudan occidentale) attorno al 1869, assomiglia molto, almeno nel suo inizio, alle storie di oggi.  Nata in una famiglia semplice e unita, bambina pienamente felice, durante un pomeriggio di gioco è circuita e brutalmente sequestrata da mercanti di schiavi arabi. Il trauma è tale che non ricorda più il suo nome né quello dei genitori. Sarcasticamente viene nominata “Bakhita”, che in arabo significa “fortunata”. È trascinata lungo tragitti sconosciuti, con soste estenuanti, affamata ed assetata è venduta a mercato di El Obeid ad un ricco commerciante di schiavi arabo. Subisce percosse che la segnano per sempre. Rivenduta ad un generale dell’armata turca, tra le umiliazioni è sottoposta alla pratica del tatuaggio su carne viva, come si usa per marchiare gli schiavi. Di nuovo messa sul mercato è acquistata dall’agente consolare italiano Callisto Legnani, un uomo buono che si dimostra gentile e affettuoso e che la porta con sé quando è richiamato in Italia. Da questo momento Bakhita sente che il suo nome comincia davvero a portarle fortuna. Conosce i signori Michieli, amici del console, che la tengono con loro a Mirano Veneto come bambinaia della figlia Mimmina. Bakhita impara così anche l’italiano, che parla sempre con il tipico accento veneto. A causa dei lunghi viaggi della signora Michieli, Bakhita e Mimmina sono spesso ospiti all’istituto dei Catecumeni di Venezia, tenuto dalle suore Canossiane. Qui comincia a conoscere quel Dio che fin da bambina sentiva nel cuore:” nel mio villaggio, in Africa, vedendo il sole, la luna, le stelle, le bellezze della natura dicevo tra me: chi è mai il padrone di queste belle cose?” Bakhita sente dentro di sé una libertà mai provata prima che le dà il coraggio e la fermezza di resistere alla signora Michieli quando questa parte per l’Africa e vuole portarla con sé. Solo grazie al Procuratore del Re e al cardinale patriarca di Venezia, il 29 novembre 1889 Bakhita é dichiarata legalmente libera. Chiede il battesimo, per essere sempre legata al suo Paròn e prende il nome di Giuseppina Margherita Fortunata. In lei si fa strada la vocazione religiosa e su consiglio del futuro papa Pio X, pronuncia i voti nel 1896 e vive i seguenti 50 anni nella “normalità” del convento canossiano di Schio. Lavora come cuciniera, sagrestana, aiuto infermiera nel corso della Prima guerra mondiale (quando parte del convento é adibito ad ospedale militare) e portinaia. Quest’ultimo servizio le permette di incontrare tante persone: Bakhita accoglie, ascolta, consola. Il suo volto sorridente, anche se sempre velato da una certa tristezza, richiama molte persone bisognose di parole e gesti d’amore. Muore l’8 febbraio 1947, dopo anni di malattia. Vengono alla luce i suoi miracoli e il 17 maggio del 1992 è dichiarata Beata da Giovanni Paolo II, che nel suo viaggio in Sudan, l’anno seguente, le dedica una grande Messa riportando l’attenzione su di lei nella sua patria.  Il primo ottobre 2000 è dichiarata Santa. La Chiesa la ricorda l’8 febbraio, giornata mondiale contro la tratta.

 

 

 

 

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