Annalena Tonelli

 

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Sono non sposata perché così scelsi

 

“Scelsi di essere per gli altri: i poveri, i sofferenti, gli abbandonati, i non amati. Non è un merito, è un’esigenza della mia natura, fin da bambina. Vivo il mio servizio senza un nome, senza la sicurezza di un ordine religioso, senza appartenere ad alcuna organizzazione, senza uno stipendio, ma ho amici che aiutano me e la mia gente. Sono non sposata, perché così scelsi nella gioia quando ero giovane. Volevo essere tutta per Dio. Era un’esigenza quella di non avere una famiglia mia. E così è stato per grazia di Dio.” Poche e concise parole, tratte dal testamento spirituale, che subito comunicano la passione e l’essenzialità della vita di Annalena Tonelli. Esile, con grandi occhi dolci e le labbra sempre sorridenti, dopo la laurea in giurisprudenza, da Forlì parte per il Kenya, come insegnante. Si trova nel mezzo di una carestia e vede tanta gente morire di fame (un’esperienza che vivrà ancora in Somalia: “esperienze così traumatizzanti da mettere in pericolo la fede.”). Non è medico ma da subito mette in atto le sue conoscenze sanitarie e le sue doti organizzative, salvando delle vite. Si sente goffa e lotta contro i pregiudizi: è giovane, bianca, cattolica, non sposata e non è madre in un contesto musulmano e tradizionalista. Durante tutto il suo operato questo sarà motivo di aggressioni e persecuzioni. Tuttavia, i nomadi malati di tubercolosi le spaccano il cuore: isolati e maledetti sono abbandonati a loro stessi. Riesce a conquistarsi la loro fiducia e con loro Annalena ottimizza un sistema di cura che oggi viene utilizzato dall’OMS per il controllo della tubercolosi nel mondo. Lei diventa la loro madre. Non solo: ben presto diventa la madre di tutti i reietti e i rifiutati di quella società. Ma entro breve è espulsa dal Kenya per aver denunciato il massacro che il governo commette contro una tribù nomade. Nel 1984 continua la sua missione in Somalia, prima a Merca e poi a Borama, dove fonda un grande ospedale per tubercolotici, malati di Aids e dà inizio ad una grande scuola per bambini sordi, ciechi e disabili (“con l’educazione l’uomo fiorisce più facilmente in una creatura capace di vivere in Dio, suo creatore e datore di ogni bene”). Lotta contro le mutilazioni genitali femminili. Nel suo ospedale visita i malati e dialoga con loro, i “suoi musulmani”, parlando anche di perdono, di relazioni di pace. Cerca di sconfiggere pregiudizi ed ignoranza riguardo alla malattia: “Ogni giorno discutiamo con loro di ciò che li tiene schiavi, infelici, nel buio.” Discorsi di liberazione che le arrecano qualche minaccia, anche di morte. Non ha paura: lei che si è indignata tante volte per la morte ingiusta dei suoi fratelli somali, si affida, persevera ed è pronta. Annalena viene uccisa il 5 ottobre 2003, all’età di 60 anni, al termine della visita serale ai malati del suo ospedale: “Non parlate di me, che non avrebbe senso, ma date gloria al Signore per gli infiniti indicibilmente grandi doni di cui ha intessuto la mia vita (…)”.

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